Costituzione & governance societaria
Holding e società di comodo: quando la cassaforte diventa un problema
Una holding nasce per detenere: partecipazioni, immobili, liquidità. Proprio per questo, agli occhi del fisco, rischia di assomigliare a una società «di comodo», cioè a un contenitore di beni che produce pochi ricavi rispetto a ciò che possiede. La disciplina delle società non operative è vecchia di trent'anni, è stata ritoccata dalla riforma fiscale e continua a colpire soprattutto le holding immobiliari e patrimoniali. Vale la pena capire come funziona prima di riempire la cassaforte.
Che cos'è una società di comodo
La norma di riferimento è l'art. 30 della L. 724/1994. La sua logica è antielusiva: si presume che una società i cui ricavi sono troppo bassi rispetto al valore dei beni che possiede non svolga una vera attività d'impresa, ma serva a intestare beni godendo dei vantaggi della forma societaria. Per queste società la legge impone un reddito minimo da dichiarare, a prescindere dal risultato effettivo.
La disciplina si applica alle società di capitali e alle società di persone commerciali, salvo le cause di esclusione. Per anni ha previsto anche una seconda presunzione, quella delle «società in perdita sistematica»: è stata abrogata dal D.L. 73/2022 a partire dal periodo d'imposta 2022. Oggi resta il solo test di operatività.
Il test di operatività
Il test confronta due grandezze, entrambe calcolate come media dell'esercizio e dei due precedenti:
— i ricavi effettivi: ricavi, incrementi delle rimanenze e proventi ordinari risultanti dal conto economico;
— i ricavi presunti: ottenuti applicando dei coefficienti al valore dei beni posseduti, assunto secondo le regole fiscali (in genere il costo, non il valore di mercato).
Se i ricavi effettivi sono inferiori a quelli presunti, la società è considerata non operativa per quell'anno. I coefficienti sono stati dimezzati dall'art. 20 del D.Lgs. 192/2024 per la generalità dei beni, con effetto dal periodo d'imposta 2024: oggi sono l'1% per titoli, partecipazioni e crediti, il 3% per gli immobili (con percentuali ridotte per alcune categorie, fino allo 0,50% per gli immobili nei comuni sotto i mille abitanti) e il 15%, rimasto invariato, per le altre immobilizzazioni.
Le conseguenze: reddito minimo, IRES maggiorata, IVA
Reddito minimo. La società non operativa deve dichiarare un reddito almeno pari a quello presunto, calcolato applicando altri coefficienti agli stessi beni (oggi lo 0,75% per titoli e partecipazioni, il 2,38% per la generalità degli immobili, il 12% per le altre immobilizzazioni). Le perdite degli anni precedenti possono essere usate solo sulla parte di reddito che eccede il minimo.
IRES maggiorata. Per le società di capitali non operative l'aliquota IRES è maggiorata di 10,5 punti: il reddito è tassato al 34,5% anziché al 24%. Esiste anche un valore minimo della produzione ai fini IRAP.
IVA. La norma prevede che il credito IVA della società non operativa non possa essere chiesto a rimborso né compensato con altri tributi, e che si perda se la situazione si protrae per tre periodi consecutivi senza operazioni IVA sufficienti. Su questo punto, però, la Corte di Giustizia UE (sentenza 7 marzo 2024, causa C-341/22) ha ritenuto la limitazione incompatibile con il diritto europeo quando colpisce un soggetto che svolge effettivamente un'attività economica: la questione va valutata caso per caso.
Perché le holding sono le più esposte
Il test penalizza chi ha molti beni e pochi ricavi, cioè esattamente il profilo di una holding patrimoniale. Le situazioni tipiche:
— la holding immobiliare che detiene immobili sfitti, concessi in uso ai soci, affittati a canoni bassi o alla società operativa del gruppo a un canone sottodimensionato;
— la holding di liquidità o di investimenti, con titoli e crediti verso le partecipate che rendono poco;
— la holding che possiede partecipazioni in società che non distribuiscono dividendi, perché reinvestono o perché hanno perdite da coprire.
Per le holding di partecipazioni c'è un correttivo importante. Secondo il provvedimento dell'Agenzia delle Entrate del 14 febbraio 2008, la disciplina non si applica in relazione alle partecipazioni detenute in società che a loro volta non sono di comodo (o ne sono escluse): quelle partecipazioni, e i relativi dividendi, si tolgono dal test. È una disapplicazione parziale, che non richiede istanza. In pratica, una holding che detiene solo quote di società operative sane è di regola al riparo; il rischio si concentra sugli immobili, sulla liquidità e sugli altri investimenti che la holding detiene direttamente.
Esclusioni e disapplicazione
La legge e i provvedimenti dell'Agenzia prevedono diverse cause di esclusione automatica: tra le altre, il primo periodo d'imposta, un numero di soci non inferiore a cinquanta, almeno dieci dipendenti in ciascuno dei due esercizi precedenti, le procedure concorsuali, un punteggio ISA elevato.
Se nessuna esclusione si applica, resta la disapplicazione: la società dimostra che oggettive situazioni hanno reso impossibile conseguire i ricavi minimi. Esempi frequenti sono l'immobile in ristrutturazione o inagibile, il contratto di locazione in corso di rinnovo con canone vincolato, la partecipata in fase di avviamento. La strada ordinaria è l'interpello all'Agenzia delle Entrate, da presentare entro il termine della dichiarazione; in alternativa si può non applicare la disciplina segnalandolo in dichiarazione e sostenere le prove in caso di controllo, che è un'opzione più esposta.
Una riforma rimasta a metà
La legge delega per la riforma fiscale (L. 111/2023) prevedeva una revisione profonda delle società di comodo, con nuovi parametri e nuove cause di esclusione. Al momento questa revisione organica non è stata attuata: l'unico intervento è stato il dimezzamento dei coefficienti del D.Lgs. 192/2024. Le regole di base restano quelle dell'art. 30, e la giurisprudenza continua a pesare molto nella loro applicazione.
Come si progetta una holding che non sia di comodo
La prevenzione si fa nella fase di disegno. Significa decidere quali beni mettere in holding e a che valore, verificare che gli immobili producano ricavi coerenti con i coefficienti (a cominciare da canoni infragruppo di mercato), tenere separato ciò che è patrimonio da godere personalmente da ciò che è patrimonio d'impresa, e valutare se la holding debba svolgere funzioni reali per il gruppo. Ne parliamo nell'articolo sulla differenza tra holding industriale e holding patrimoniale e, più in generale, su quando la holding di famiglia conviene. Il test va simulato sui numeri reali, anno per anno, perché è lì che si capisce se la cassaforte regge.